La lingua degli Enotri viene generalmente inquadrata dagli studiosi all'interno del ceppo sabellico – o, in senso più ampio, dell'"italico meridionale" – una grande famiglia linguistica che comprende l'osco-sannitico e altre varietà centro-meridionali, distribuite tra l'Appennino e le aree costiere dell'Italia preromana. Nonostante tale appartenenza, la lingua enotria non appare come semplice copia di altre varietà: possiede peculiarità fonetiche e morfologiche proprie, presentando tratti distintivi che ne suggeriscono una relativa autonomia, spesso rilevabile dall'onomastica locale, da etnici e da toponimi. Ciononostante, il quadro rimane frammentario. Le attestazioni epigrafiche sono poche, spesso isolate e di difficile interpretazione, tanto che il termine stesso di "lingua enotria" deve essere impiegato con prudenza. Più che definire un sistema linguistico pienamente autonomo, esso sembra riferirsi a un'area culturale e linguistica intermedia, nella quale si incontrano e si sovrappongono elementi diversi, in particolare substrati italici e influenze esterne. La questione centrale rimane se si possa effettivamente parlare di un "enotrio" distinto dall'osco o se sia più opportuno considerarlo come una fase arcaica del continuum sabellico meridionale. Le posizioni degli studiosi, in proposito, restano differenziate: alcuni riconoscono nelle iscrizioni dell'area enotria le tracce di una lingua autonoma; altri preferiscono interpretarle come testimonianze di un proto-osco meridionale, ancora in via di definizione; altri ancora sottolineano il carattere ibrido e di contatto del fenomeno, segnato dall'interferenza greco-sabellica e da adattamenti locali.
La scrittura appare tra gli Enotri in età arcaica, con l'adozione dell'alfabeto acheo, la variante adottata dalle colonie greche della costa ionica. Tuttavia, questo alfabeto non resta "puro" ma viene modificato e adattato, poiché le comunità locali inserirono nuove esigenze fonetiche nella grafia: ad esempio, è il caso dell'introduzione di un segno per la fricativa /f/, che non era presente nei sistemi alfabetici arcaici di riferimento. Tra i documenti più rilevanti dell'epigrafia enotria si annovera il cippo di Tortora (VI secolo a.C.), recante un'iscrizione di carattere probabilmente normativo e sacro, che testimonia l'impiego della scrittura come strumento di regolamentazione degli spazi e delle pratiche comunitarie. La struttura del testo, con formule prescrittive e lessico giuridico-religioso, dimostra la capacità delle comunità di produrre testi normativi scritti, analoghi a quelli noti in altre aree italiche. Oltre al cippo, vi sono iscrizioni vascolari che mostrano l'uso della scrittura in contesti quotidiani e rituali. Ad esempio, significativa è un'olla da Castelluccio sul Lao (fine VI-inizi V secolo a.C.), con dedica a Giove della touta, testimonianza del lessico istituzionale sabellico (touta = comunità) e segno di un'identità politica autonoma.
Le iscrizioni combinano formule greche, nomi locali e, in alcuni casi, elementi etruschi, rivelando un ambiente plurilingue. Alcuni esempi di interferenze fonetiche mostrano che il bilinguismo non fu mero prestito, ma piuttosto un'interazione attiva fra codici linguistici.

