Nel corso della prima età del ferro (IX-VIII secolo a.C.), la cultura enotria conosce una fase di significativo sviluppo politico, economico e sociale, che culmina nella formazione di comunità protourbane articolate e gerarchizzate. Tali assetti emergono in stretta relazione con un uso razionale del territorio: i principali insediamenti si collocano su alture difendibili e dominanti, attorno a cui si struttura una rete di siti minori destinati allo sfruttamento produttivo e al controllo strategico dello spazio. I centri maggiori raggiungono dimensioni e organizzazioni comparabili a quelle delle altre realtà protourbane della penisola italiana, esprimendo società stratificate, rette da élites aristocratiche capaci di controllare la produzione, la circolazione e la redistribuzione delle risorse.
A partire dall'VIII secolo a.C., l'Enotria si inserisce in un sistema più ampio di relazioni mediterranee: gli scambi con i Fenici, i Greci e gli Etruschi si intensificano, e numerosi reperti di importazione attestano la crescente apertura del mondo enotrio. L'arrivo dei Greci e la fondazione di colonie sulle coste dell'Italia meridionale, lungi dall'essere percepito inizialmente come un'invasione, si innesta su un contesto già dinamico. Le comunità enotrie partecipano a questa fase di transizione: accolgono, dialogano e, in alcuni casi, si integrano con le nuove realtà coloniali.
Il tramonto della cultura enotria non avviene attraverso un crollo repentino, ma mediante una trasformazione profonda e graduale. I centri indigeni, soprattutto quelli interni, vanno incontro a un lento abbandono o a un ridimensionamento progressivo, mentre le nuove fondazioni greche – come Sibari, Metaponto o Crotone – sorgono spesso in aree costiere precedentemente poco popolate, riorganizzando la geografia insediativa e i circuiti socio-economici. In molti casi, le élites enotrie potrebbero essersi inserite nei nuovi contesti urbani coloniali, contribuendo alla formazione di una compagine culturale mista.
In epoca coloniale, dunque, l'identità enotria non scompare, ma muta profondamente. Alcuni elementi culturali persistono, rielaborati all'interno dei nuovi orizzonti politici ed economici, altri vengono soppiantati da modelli greci, soprattutto nell'ambito delle pratiche religiose. Il processo di ellenizzazione, tuttavia, non è lineare né uniforme: persiste un mosaico di situazioni locali, con gradi diversi di integrazione e resistenza, che riflette la complessità delle dinamiche di contatto.
In definitiva, lo "svanire" della cultura enotria non va interpretato come un'estinzione, bensì come un processo di riorganizzazione profonda, in cui le strutture del passato vengono assorbite e rielaborate in nuove forme. L'Enotria cede il passo a una nuova geografia politica e culturale, ma continua a vivere nelle stratificazioni materiali e nelle forme ibride che caratterizzano la Magna Grecia di età orientalizzante e arcaica. Il tramonto della sua identità autonoma coincide così con la sua trasformazione in parte costitutiva di un mondo più vasto, segnato dall'incontro e dalla fusione di civiltà.

